Geometrie del tempo
Oltre il ciclo e la linea: la spirale evolutiva e la via alchemica
Conservatori e progressisti vedono il tempo in modi opposti: passato che ritorna o futuro che avanza. La spirale li integra: custodisce la saggezza, dischiude il possibile.
Hilma af Klint, “Svanen” (Il cigno), n.17, gruppo IX/SUW, serie SUW/UW, 1915. Fondazione Hilma af Klint. Foto: Moderna Museet/Albin Dahlström. Pubblico dominio.
Come può la geometria descrivere le nostre credenze più profonde?
Il tempo, spiega Kant, non è un assoluto ma una categoria “a priori” della conoscenza, necessaria per fare esperienza del mondo. Senza il tempo non avremmo i rapporti di causa ed effetto, dunque nessuna comprensione delle cose, e nemmeno possibilità di cambiarle.
Ma come pensiamo il tempo? Essenzialmente in due modi: ciclico o lineare.
Umberto Galimberti osserva che queste due geometrie del tempo sono alla base delle cosmogonie — cioè i miti delle origini intorno ai quali si raccoglie una comunità — e generano visioni opposte del mondo, alla radice di molti conflitti della nostra epoca.
In che modo?
Ciclo e linea
Il ciclo ritorna sempre su se stesso. In questa visione, il passato è idealizzato come “età dell’oro” perduta e da ritrovare. L’uomo arcaico — dice lo storico delle religioni Mircea Eliade — calma l’ansia del futuro rievocando il mito delle origini, cioè fermando il tempo in un “eterno ritorno”.
La linea, invece, procede verso qualcosa. Verso la promessa della salvezza dell’anima (il cristianesimo) o verso un crescente progresso materiale e sociale (la scienza). È la visione dell’uomo moderno, che attraversa la storia e avanza verso il futuro.
Ciclo e linea ispirano la politica: conservatori (la destra) e progressisti (la sinistra). Ma anche la spiritualità: “tradizionalisti” (età dell’oro) ed “evoluzionisti” (futuro luminoso).
I tradizionalisti si ispirano a Guénon, Evola, Eliade. Sottolineano che la modernità ha accresciuto la conoscenza tecnica ma non la saggezza. I suoi disastri sono sotto gli occhi di tutti.
Il sacro è stato soppiantato dal relativismo. Le comunità sono state frantumate. La democrazia è degenerata in teatro mediatico. Il consumismo ha sostituito il significato con la quantità. La scienza è diventata scientismo. L’hybris tecnologico distrugge la natura.
Sono problemi reali e urgenti. Ma siamo sicuri che la soluzione sia il ritorno al tempo ciclico delle società arcaiche, dove ogni cosa ha il suo posto nell’immutabile gerarchia del cosmo?
La via alchemica
Per i tradizionalisti, dopo l’attuale età oscura, il Kali Yuga o età del ferro, torneremo alla perduta età dell’oro. Per gli evoluzionisti stiamo invece progredendo — anche se attraverso le difficoltà — verso un’età più matura.
La realtà, ineluttabile, è che non possiamo tornare indietro. Tutto fluisce, è in divenire, come sapevano Eraclito e Buddha. Il fiume del tempo scorre: la domanda non è se cambiare, ma come.
Questo non significa che i tradizionalisti abbiano torto — la loro critica alla modernità coglie nel segno. Ed è anche vero che gli antichi ci hanno lasciato intuizioni preziose, ma non dovevano affrontare l’atomica, la crisi climatica, otto miliardi di persone interconnesse.
Problemi che richiedono soluzioni inedite, non la semplice restaurazione di un ordine che, per quanto venerabile, appartiene a un mondo che non esiste più.
E dunque, ciclo o linea, tradizione o evoluzione? La Natura, nella sua saggezza, ci offre un modello più efficace: la spirale.
Le stagioni ritornano, ma l’albero cresce anno dopo anno, mai identico a se stesso. Il DNA conserva l’informazione delle generazioni precedenti, e insieme permette l’adattamento e l’innovazione.
L’evoluzione, insomma, non procede in linea retta verso un progresso infinito, né ritorna al punto di partenza: si sviluppa a spirale ascendente, conservando il prezioso e creando il nuovo.
La spirale può anche degenerare, certo. La storia è piena di regressioni mascherate da progresso. L’entropia crescente richiede continui aggiustamenti. La chiave è la consapevolezza che guida le nostre scelte. E, con la consapevolezza, serve la volontà.
Roberto Assagioli — fondatore della Psicosintesi — distingueva quattro aspetti della volontà: forte (capacità di perseverare), abile (capacità di realizzare), buona (allineata ai valori) e transpersonale (oltre l’ego, al servizio del Tutto).
La spirale evolutiva richiede tutte e quattro: forza per vincere l’inerzia, abilità per navigare la complessità, bontà per non perdere l’umanità, apertura transpersonale per trascendere i limiti dell’ego.
In sintesi: non progressismo ingenuo, ma un’evoluzione consapevole, che apprende dalla saggezza antica invece di negarla, guidata da una volontà allo stesso tempo forte, creativa e saggia.
È la via della trasformazione che l’alchimia ha sempre descritto — e che Jung riscoprì per la psicologia moderna: occuparsi nel presente della propria evoluzione materiale e spirituale — senza negare il “piombo” dei problemi attuali né idealizzare un “oro” mitologico del passato.
Jung attraversò una profonda crisi personale. In risposta, per quindici anni studiò i testi alchemici, scoprendo che i loro simboli descrivevano le dinamiche inconsce dei suoi sogni e di quelli dei suoi pazienti.
Le sue intuizioni confluirono nel celebre Liber Novus o Libro Rosso, composto tra il 1913 e il 1930, di oltre 400 pagine e da lui stesso illustrato — insieme diario terapeutico e opera d’arte.
Nel dipinto che apre l’articolo, dell’artista svedese pioniera dell’astrattismo Hilma af Klint, i cerchi e i colori — nero, bianco, giallo, rosso — richiamano le fasi dell'Opus alchemico: dissoluzione, purificazione, illuminazione, completamento.
L’azzurro — colore dell'anima contemplativa secondo James Hillman, fondatore della psicologia archetipica — segna il momento cruciale in cui la coscienza si risveglia dall'oscurità della materia e comincia ad elevarsi verso lo spirito luminoso.
L’arte, da sempre espressione dell’anima, descrive il percorso universale di trasformazione: riconoscere le differenze per poi unirle in una sintesi superiore. Nel gergo alchemico, Solve et Coagula.
La via della spirale
L’alchimia vede nella natura, e in ogni individuo, un progetto in divenire. È un paradigma fertile e armonico, che si applica anche alla società e alla cultura.
Come la natura procede dalle cellule agli organismi agli ecosistemi — dove ogni nuovo livello “include e trascende” i precedenti, come dice Ken Wilber — allo stesso modo evolve la coscienza, trascendendo i confini dell’ego verso il “transpersonale”.
Questi livelli evolutivi si manifestano simultaneamente in tutte le dimensioni della realtà: nella psiche individuale, nel corpo, nella cultura e nelle strutture sociali.
Ognuna di queste dimensioni è una manifestazione dello stesso processo evolutivo della coscienza — in forma soggettiva (pensiero), oggettiva (materia), intersoggettiva (cultura) e interoggettiva (sistemi). In altre parole: la coscienza non è solo “nella testa”, ma si esprime attraverso il corpo fisico, i valori culturali e le istituzioni sociali.
Wilber concettualizza infatti la realtà come un processo evolutivo che procede per livelli ascendenti (sempre più complessi e inclusivi), manifestandosi in quattro dimensioni: interna ed esterna, individuale e collettiva.
Semplificando: la psicologia esplora l’interiorità individuale (pensieri, emozioni). La biologia esplora l’esteriorità individuale (corpo, cervello, comportamento). L’antropologia culturale esplora l’interiorità collettiva (miti, valori, visioni del mondo). La sociologia esplora l’esteriorità collettiva (istituzioni, economia, strutture sociali).
Queste quattro dimensioni sono interdipendenti: nessuna può essere ridotta alle altre, tutte sono essenziali. Quando una dimensione evolve, evolvono anche le altre.
È un modello alchemico della realtà: dinamico, evolutivo, che distingue (solve) tutti gli aspetti del reale senza ridurne nessuno, anzi integrandoli come aspetti interdipendenti di un unico processo evolutivo (coagula).
Possiamo preservare il meglio della tradizione — la saggezza contemplativa, il senso del sacro, le radici culturali, le virtù della moderazione — ma senza restaurare gerarchie rigide e oppressive, che negano la dignità e la libertà dell’individuo.
Questa visione inclusiva ed evolutiva risuona con la “filosofia del processo” di Alfred North Whitehead: la realtà non è un insieme di oggetti fissi, ma un divenire continuo. Ogni momento è creativo: eredita il passato e genera qualcosa di inedito. Il reale, per Whitehead, emerge istante dopo istante — non è dato, ma si crea nel processo stesso.
La scelta, dunque, non è tra tecnologia o saggezza, libertà o responsabilità, ragione o mistero. La via è unire gli opposti in una sintesi inedita, che custodisca la saggezza del passato e dischiuda il possibile del futuro.
Come scrive Aldous Huxley nella sua “Filosofia Perenne”, i mistici e i saggi di ogni epoca e cultura hanno lasciato tracce luminose per ispirare il cammino di noi moderni — se sappiamo vederle e vogliamo seguirle.
La via della spirale — che ritorna e si eleva — ci insegna che possiamo trasformarci. È la via che ritrovo nel celebre “Albero della vita” di Gustav Klimt (1910-1911). L’albero unisce terra e cielo, radici e rami, è crescita che include e trascende.
È una via che richiede più coraggio della nostalgia, più umiltà dell’arroganza prometeica, più saggezza di entrambe. È la geometria per il nostro tempo.
Se queste riflessioni risuonano con il tuo percorso, condividile. Il dialogo è alchimia tra le coscienze.