Maghi oscuri

Caricatura di Rasputin, Almanacco Libertà 1917

Rasputin, Hanussen e Surkov — l’illusione dietro la politica

Guaritore, veggente, regista del caos: i manipolatori delle coscienze all’ombra del potere.

“L’esecuzione di Rasputin”. Mostra di caricature russe, Cattedrale e Centro culturale ortodossi russi, Quai Branly, Parigi 2017. Autrice: Ninara, Helsinki. CC-2.0 Generic license.

 

OGNI EPOCA HA I SUOI MAGHI — figure che abitano la zona d’ombra tra materia e mente, tra scienza e simbolo, capaci di trasformare le idee in incantesimi che agiscono sulla realtà.

I potenti li cercano. Ne hanno sempre avuto bisogno — non solo di eserciti forti, ma di qualcuno che sappia orientare la paura, modellare il desiderio, costruire il consenso. Qualcuno che operi dietro le quinte, dove nemmeno le spie hanno accesso: la mente, il desiderio, l’anima.

Tre di questi maghi hanno segnato la storia moderna. Nessuno di loro ha agito per il bene comune.

Il guaritore oscuro

Monaco, mistico e mistificatore, capace di influenzare lo Zar Nicola II e la politica interna ed estera della Russia: Rasputin è uno dei personaggi più oscuri del Novecento.

Figlio di un carrettiere siberiano, Grigori Efimovič Rasputin nacque intorno al 1869 a Pokrovskoe, un piccolo villaggio nella provincia di Tobol’sk. Da giovane condusse una vita dissoluta, prima di avvicinarsi alla spiritualità e diventare un monaco itinerante e guaritore del corpo e dell’anima.

Rasputin si presentava come starec — un’antica figura della tradizione russa: non un sacerdote né un monaco in senso canonico, ma un uomo che ha attraversato l’ascesi e il pellegrinaggio, e che per questo è considerato vicino a Dio. Lo starec parla con l’autorità di chi ha sofferto e si è purificato, non di chi ha studiato in seminario.

Ma la spiritualità di Rasputin ha radici più oscure. La sua condotta fa pensare che sia entrato in contatto con la setta illegale dei Khlysty, noti come “i flagellanti”. Il loro credo eretico era incentrato su un paradosso: il peccato non è da evitare ma da cercare, perché solo chi ha peccato può essere perdonato e purificato. Autoflagellazione, trance estatica, riti orgiastici: la carne sarebbe la via verso lo spirito e la redenzione.

Questo approccio ha qualche affinità con la cosiddetta “via della mano sinistra”. Il termine deriva dalla tradizione tantrica indiana (vamachara), poi adottato nell’esoterismo occidentale, e indica l’uso di ciò che le religioni tipicamente considerano proibito o impuro — il sesso, l’ebbrezza, la trasgressione— come strumento di trascendenza. Simbolicamente, il fiore di loto — che nel buddhismo rappresenta la purezza dell’illuminazione — emerge dall’oscurità del fango.

Il principio fondativo è che la forza del desiderio, invece di essere repressa, viene trasformata in energia spirituale. Le differenze però sono sostanziali. La via della mano sinistra — dal tantrismo allo gnosticismo, fino alla magia sessuale di Aleister Crowley — ha una struttura, una filosofia, un rituale. I Khlysty erano una setta popolare, rurale, priva di quella consapevolezza sistematica.

L’appartenenza di Rasputin ai Khlysty non fu mai provata — le indagini della Chiesa ortodossa si arenarono, le successive furono insabbiate per ordine della zarina — ma i sospetti alimentarono la sua aura di mistero. Una reputazione di cui Rasputin non fece nulla per liberarsi, anzi.

Soprattutto, Rasputin sembrò l’unico capace di portare sollievo al piccolo Alexei, l’erede al trono, malato di emofilia. Così entrò nelle grazie della zarina Alessandra, profondamente religiosa, che volle vedere nel monaco un aiuto del cielo.

Il primo incontro con Alexei avvenne nel 1905, quando lo zarevic era in preda a una delle sue crisi emorragiche — che i medici di corte non sapevano come curare e che gettavano nella disperazione la zarina. Rasputin si avvicinò al bambino, pregò, posò le mani su di lui. La crisi si attenuò.

Come spiegarlo? Anzitutto, Rasputin consigliò di sospendere la somministrazione di aspirina, che i medici usavano come antidolorifico senza sapere — era il 1905 — che fluidifica il sangue, aggravando le emorragie. Una raccomandazione forse istintiva, ma che si rivelò clinicamente corretta.

In secondo luogo, Rasputin aveva probabilmente sviluppato una capacità di suggestione — ciò che Franz Anton Mesmer aveva teorizzato nel Settecento come “magnetismo animale” e che oggi chiamiamo ipnosi.

Infine, la Zarina era una donna profondamente ansiosa; la sua angoscia trasmetteva al figlio uno stato di agitazione che peggiorava le crisi. Rasputin la calmava. Calmando lei, calmava il bambino. Il sangue scorreva meno. Il miracolo, dunque, aveva una spiegazione. Ma la Zarina non volle mai cercarla.

Altrettanto miracolosa era l’abilità di Rasputin di influenzare la corte e la politica. Divenne intimo confidente dell’imperatrice, che lo proteggeva dalla diffidenza dello Zar e dell’aristocrazia. Sembra che Nicola II, in privato, abbia detto: «Meglio un Rasputin che dieci crisi isteriche al giorno». Attraverso questo rapporto privilegiato, riuscì persino a orientare la scelta — o la caduta — di funzionari e ministri.

Ma non tutti erano sensibili al suo fascino. Per alcuni era solo un volgare ciarlatano, un contadino ignorante ma scaltro che approfittava della debolezza psicologica della Zarina e della propensione dello Zar ad assecondarla.

Tra gli scettici, il principe Feliks Yusupov. Insieme al cugino dello Zar, il granduca Dmitri Pavlovič, e al deputato della Duma Vladimir Puriškevič, Yusupov organizzò una trappola per liberarsi una volta per tutte della nefasta influenza del monaco.

I dettagli di quella notte restano in parte oscuri, e le versioni discordanti. Secondo Yusupov — che aveva ogni interesse a presentarlo come un essere demoniaco — Rasputin ingerì dolciumi e vino avvelenati col cianuro, senza mostrare alcun effetto. L’autopsia, tuttavia, non rivelò tracce di veleno.

Fatto sta che Yusupov, esasperato, gli sparò all’addome. Rasputin si rialzò, tentò la fuga. Puriškevič gli sparò altri colpi, uno al rene destro. Infine Yusupov gli sparò nell’occhio destro — il colpo fatale. Il corpo fu gettato nelle acque ghiacciate della Malaja Nevka. L’autopsia rivelò acqua nei polmoni: Rasputin era ancora vivo quando lo gettarono nel fiume.

Il corpo venne ritrovato pochi giorni dopo. Le indagini non portarono ad alcuna condanna: gli assassini appartenevano alla cerchia più intima del potere, e lo Zar, già indebolito politicamente, non volle perseguirli fino in fondo.

Rasputin aveva profetizzato che, in caso di morte prematura, avrebbe trascinato con sé la casa Romanov — e così fu. Meno di due anni dopo, nel 1918, l’intera famiglia imperiale — Nicola II, la Zarina Alessandra, Alexei e le giovani principesse Olga, Tatiana, Maria e Anastasia — venne trucidata dai bolscevichi a Ekaterinburg.

Il massacro avvenne nella cantina della casa-prigione Ipatiev — la “casa a destinazione speciale”, com’era ipocritamente designata dalla burocrazia rivoluzionaria. Con loro, anche il medico della famiglia, il cuoco, un valletto e la cameriera della Zarina. I corpi vennero bruciati e sepolti in un luogo segreto. Le ossa furono rinvenute solo nel 1991. L’identificazione definitiva con il DNA arrivò nel 1998.

Nel 1919, dopo la rivoluzione, Yusupov e la moglie Irina riuscirono a fuggire dalla Russia con l’aiuto di Giorgio V, imbarcandosi in Crimea sulla nave da guerra britannica HMS Marlborough. Si stabilirono a Parigi, dove vissero per il resto della loro vita.

Una figlia di Rasputin, Maria, negli anni Venti si esibì come cavallerizza per il famoso Circus Busch tedesco, e per circhi americani. Più che la sua abilità, era l’ombra del padre, ritratto sui manifesti, ad attirare il pubblico.

Il “Profeta del Reich”

Berlino, 26 febbraio 1933. Nella Sala di Cristallo del lussuoso “Palazzo dell’Occulto” della Lietzenburgerstraße, tra champagne e ufficiali in uniforme, il chiaroveggente Erik Jan Hanussen cadde in trance. «Vi sono degli incendi, vedo un grande edificio consumato dal fuoco…». Meno di ventiquattr’ore dopo, il Reichstag bruciava.

Chi era quest’uomo?

Herschmann Chaim Steinschneider era nato a Vienna nel 1889 da una modesta famiglia ebrea. Il padre era custode di una sinagoga e attore, la madre cantante. Nella Prima guerra mondiale combatté come soldato di truppa, ma riuscì a ottenere delle dispense come artista di teatro.

Dotato di personalità magnetica, Herschmann sapeva ipnotizzare e leggere il pensiero — grazie al suo spiccato intuito e a sottigliezze psicologiche. Si reinventò come aristocratico danese — Erik Jan Hanussen. Le sue esibizioni attirarono l’interesse della nobiltà viennese e persino della famiglia imperiale. Divenne uno dei più popolari personaggi dello spettacolo e della mondanità a Vienna e Berlino.

Hanussen era più di un artista del palcoscenico: nel 1919, quando dalla zecca della Banca nazionale austro-ungarica scomparvero diverse centinaia di banconote da mille corone, i funzionari lo chiamarono per investigare. Hanussen non solo ritrovò le banconote, ancora nascoste nell’edificio, ma identificò il ladro — uno degli oltre trecento operai. Il direttore Hellerbarth dichiarò che a risolvere il caso era stato Hanussen. Infuriato, il capo della polizia si vendicò bandendo da Vienna — la città natale di Mesmer — gli spettacoli di ipnotismo.

Ma è nel 1927 che Hanussen divenne un fenomeno indiscusso. A Leitmeritz, città della Boemia settentrionale, oggi Repubblica Ceca, venne incriminato come impostore e fu costretto a difendersi. Hanussen sfidò i giudici: avrebbe dimostrato i suoi poteri in tribunale. Il caso fece scalpore, tanto che l’udienza venne trasmessa in diretta radiofonica in tutta Europa. Hanussen superò le prove disposte dai giudici e venne prosciolto. Era all’apice del successo.

Anche Heinrich Hoffmann, il fotografo personale di Hitler, fu affascinato da Hanussen. Hitler preparava i suoi discorsi davanti allo specchio e si faceva fotografare per verificare i gesti. Le famose foto di Hoffmann del 1925 lo mostrano infatti in pose studiate. Sembra che Hanussen lavorò privatamente con Hitler sulla presenza scenica, il controllo della voce, la gestualità, l’uso delle pause — tecniche tipiche dell’ipnotista da palcoscenico.

In un rapporto del 1943 dell’americano OSS, l’Office of Strategic Services, lo psicologo Henry Murray definì “ipnotica” la presenza di Hitler. La sua voce raggiungeva 228 vibrazioni al minuto — quasi il doppio dello stato di collera accesa — e gli osservatori dell’epoca la descrivevano come “mesmerica”.

Hanussen era ricco e famoso: guidava una Bugatti sportiva rossa, dava feste disinibite a bordo del suo “yacht dei sette peccati” e si esibiva per le celebrità nel suo lussuoso “Palazzo dell’Occulto”.

Ma un’ombra minacciosa lo seguiva ovunque: le sue origini ebree. Forse per “nascondersi in piena vista”, Hanussen divenne confidente di membri del Partito Nazionalsocialista e di alti ranghi delle SA — le Sturmabteilung, dette Camicie brune — che gli facevano anche da guardia personale. Il comandante delle SA berlinesi, conte von Helldorf, presentò ufficialmente Hanussen a Hitler nell’estate del 1932, su richiesta dello stesso Hitler.

Malgrado le cautele, il segreto di Hanussen venne allo scoperto. Ernest Juhn, il suo ex segretario, aveva passato alla stampa comunista i documenti che ne attestavano la vera identità. La rivelazione fu devastante. Il 12 dicembre 1932, il futuro ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels, che considerava Hanussen un “cialtrone”, sul suo giornale Der Angriff (L’Attacco) lo accusò di essere ebreo. Il giorno seguente, però, Goebbels pubblicò una rettifica: “da fonte ben informata ci è stato comunicato che Hanussen non è affatto ebreo”. Probabilmente, von Helldorf — per motivi che vedremo — aveva fatto pressione sul giornale.

Goebbels attaccava Hanussen considerandolo un impostore e un rivale pericoloso per l’attenzione di Hitler. La stampa comunista lo attaccava per delegittimare il nazismo mostrando che i suoi “profeti” erano ebrei. Entrambi, per ragioni opposte, volevano la sua rovina.

Per l’incendio del Reichstag venne arrestato un giovane attivista comunista olandese, Marinus van der Lubbe. Condannato, durante il processo appariva smarrito, incapace di parlare — come se fosse drogato o in trance. Era il perfetto capro espiatorio.

L’attentato era in realtà uno stratagemma dei nazisti. Hitler, diventato Cancelliere del Reich da appena un mese, ebbe il pretesto per sospendere le libertà civili e instaurare la dittatura.

Dopo la rivelazione delle sue origini, Hanussen era diventato ingombrante. Inoltre, sapeva troppo di molti nomi di spicco — gusti sessuali, vizi e altri segreti compromettenti. Soprattutto, aveva prestato ingenti somme di denaro a ufficiali delle SA — tra cui lo stesso von Helldorf, giocatore d’azzardo cronico — che avevano deciso di liberarsi del pericoloso creditore.

La sera del 24 marzo 1933, Hanussen fu arrestato poco prima che si esibisse al teatro Skala. Le SA sequestrarono tutte le cambiali che custodiva in cassaforte — le prove dei debiti dei gerarchi. Von Helldorf ora non era più obbligato a proteggerlo. Aveva anzi tutto da guadagnare dalla sua eliminazione. Dopo un pesante interrogatorio, Hanussen venne rilasciato. Il giorno seguente, venne prelevato dal suo appartamento e scomparve.

Il 7 aprile, degli operai rinvennero un cadavere in un bosco fuori città. Malgrado la decomposizione e le mutilazioni provocate dagli animali, fu possibile accertare che si trattava di Hanussen. I suoi assassini gli avevano sparato due colpi di pistola alla testa. Secondo altre fonti, sei colpi alla schiena. L’indagine venne svolta in modo approssimativo, senza autopsia, e insabbiata.

Ma anche le SA ebbero vita breve. Considerate ormai corrotte e infedeli — soprattutto chi era più vicino al Capo di Stato Maggiore Ernst Röhm — furono epurate. Tra loro, anche i probabili assassini di Hanussen: Rudolf Steinle, Kurt Egger e l’aiutante di campo di von Helldorf, Wilhelm von Ohst. Per le brutali esecuzioni sommarie, la purga passò alla storia come “la notte dei lunghi coltelli”. Hitler le rimpiazzò con le SS, sotto il comando di Himmler.

Von Helldorf, che aveva forti legami con l’establishment conservatore prussiano, fu risparmiato e assegnato ad altro incarico. Nel 1944 fu uno dei cospiratori che cercarono di assassinare Hitler. Venne condannato a morte e impiccato. L’uomo che aveva aperto le porte a Hanussen e poi ne aveva facilitato la morte, finì per complottare contro il regime che aveva servito, e fu a sua volta ucciso.

La seconda moglie di Hanussen, la soprano Theresia Luksch, in arte Risa Lux, dopo la separazione avvenuta nel 1920 si era trasferita con la piccola figlia Erika in Italia, a Merano. Negli ultimi mesi, Hanussen sapeva di essere in pericolo e scrisse a Erika che presto le avrebbe fatto visita. Sarebbe partito per una tourné — la soluzione ideale per lasciare Berlino senza destare sospetti. Ma non ebbe il tempo di attuare il suo piano di fuga.

Erika divenne attrice, e volto del Carosello Rai. Riuscii a incontrarla a Merano, nella casa di riposo dove trascorse i suoi ultimi anni. Il regista salentino Edoardo Winspeare, che conobbi a scuola quando ancora non sapevo nulla di questa storia, è nipote del barone Giacomo Winspeare — l’uomo che Erika sposò dopo la guerra.

Il mago del Cremlino

Le storie di Rasputin e Hanussen hanno ispirato romanzi e film. Il terzo mago oscuro è oggi sullo schermo nei panni di Vadim Baranov, protagonista de Il mago del Cremlino di Olivier Assayas (Venezia 2025), con Paul Dano e Jude Law nel ruolo di Putin — tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli (2022).

La trama si ispira alla storia vera di Vladislav Surkov — l’artefice della propaganda di Vladimir Putin. Assayas ha tuttavia dichiarato di non essersi documentato troppo sul vero Surkov, trovandolo “molto meno interessante” della sua controparte fittizia.

Vladislav Jur’evič Surkov nasce nel 1964 da padre ceceno e madre russa. Per decenni nasconde le sue origini, riuscendo ad ammantare di mistero la sua biografia.

Prima di occuparsi di politica, Surkov studia regia teatrale all’Istituto di Cultura di Mosca, lavora nel marketing e nella comunicazione per grandi aziende e banche oligarchiche come Menatep e Alfa-Bank, si muove nell’avanguardia culturale moscovita. Questa traiettoria eclettica — teatro, economia, arte, potere — non è un dettaglio: è la chiave dell’efficacia della sua formula.

Nel 1999 entra nell’Amministrazione Presidenziale come vice capo di staff. Quando Putin eredita il Cremlino, Surkov ne diventa il principale ideologo e “mago” dell’immagine pubblica, ruolo che manterrà fino al 2020.

Surkov non è uno spin doctor ordinario. Per lui, il potere è estetica, arte performativa. La sua tecnica non è mentire, ma moltiplicare le narrazioni fino a rendere impossibile distinguere vero, verosimile e falso. Un principio chiave della disinformacija — tecnica in cui i servizi russi eccellono — che anticipa l’ormai diffusa “post-verità”.

Il termine post-truth — coniato nel 1992 dallo scrittore serbo-americano Steve Tesich in un saggio sulla Guerra del Golfo — venne eletto parola dell’anno dal dizionario Oxford nel 2016, quando si affermò nell’uso comune a seguito della Brexit e dell’elezione di Trump.

Nella post-verità le emozioni e le credenze personali hanno più peso dei fatti oggettivi. Non si tratta semplicemente di menzogna — che ammette l’esistenza della verità e cerca di nasconderla. La post-verità la aggira: i fatti diventano irrilevanti, o almeno secondari rispetto a ciò che ognuno vuole credere.

Il moltiplicarsi delle fonti su Internet ha reso tutto questo più facile: se da un lato libera l’informazione, almeno in teoria, dall’altro la inquina. Ognuno può trovare conferma delle sue idee, pregiudizi e teorie di complotto.

Il caos cognitivo che ne deriva non è un incidente. È uno strumento. Genera paura, e la paura chiama a gran voce un’autorità forte — l’autocrate — che promette di riportare l’ordine.

Ma Surkov agisce anche su un altro registro, altrettanto essenziale, quello simbolico. Il fatto che Putin venga chiamato “zar” non è un caso. Questa narrazione recupera immagini e valori che hanno lo scopo di far sentire il popolo russo parte di una grandezza storica ininterrotta, erede del destino imperiale e della resistenza al nazismo, baluardo contro la decadenza morale dell’Occidente.

Surkov è infatti consapevole che ogni sistema politico regge su una mitologia — un sistema di simboli condivisi che precedono e fondano il consenso razionale. L’arte del regista del potere sta nel tradurre le esigenze strategiche in linguaggio politico, culturale e simbolico.

In questo disegno, anche la Chiesa ortodossa russa diventa pilastro ideologico: il Patriarca Kirill benedice le guerre come “sacre” e riconosce Putin difensore dell’autentica fede cristiana contro la corruzione dei cattolici — una vera e propria teologia del potere.

Altro pilastro, la filosofia di Alexander Dugin — ideologo che Putin non ha mai ufficialmente riconosciuto, ma che fornisce la cornice ideologica: l’Eurasia contro l’Occidente, la tradizione contro la modernità, il sacro contro il nichilismo liberale.

Surkov inventa infine la “democrazia sovrana” — l’idea che la Russia debba sviluppare una propria forma di democrazia, non subordinata ai modelli occidentali, con tutti i simboli della democrazia, ma svuotati del loro contenuto reale. Una finzione controllata, una “democratura” — dittatura mascherata da democrazia.

Anche l’opposizione è fittizia, ottenuta finanziando simultaneamente movimenti di destra e di sinistra, e intellettuali critici. La regia agisce a un livello più alto, manovrando i fili invisibili degli uni e degli altri, marionette ignare di un progetto occulto. Il risultato è che nessuno sa più con certezza dove finisca la realtà e dove inizi la finzione. Quando tutto potrebbe essere finto, nulla è resistenza autentica. Il cambiamento — cardine della democrazia — si paralizza.

Ma nel 2012, con il cambio di presidenza tra Putin e Medvedev, il sistema costruito da Surkov iniziò a incrinarsi. L’illusione stava svanendo. Putin represse con la forza, e Surkov fu progressivamente marginalizzato.

Nel 2020, il suo consigliere Chesnakov annunciò su Twitter: «Surkov ha lasciato il servizio statale a causa del cambio di rotta nella direzione ucraina». La nuova direzione era la guerra aperta, invece di quella ibrida — influenzamento, infiltrazione, conflitti a bassa intensità — che Surkov aveva contribuito a giustificare e architettare. Da quel momento, scomparve dalla scena pubblica. Nel 2022, secondo alcune fonti, fu arrestato per ragioni mai del tutto chiarite.

Surkov è ricomparso il 19 marzo 2025, con un’intervista alla rivista francese L’Express in cui sostiene che l’Ucraina non è uno Stato reale ma «un’entità politica artificiale», che la vittoria russa è inevitabile, e che «il mondo russo è ovunque ci sia influenza russa, in una forma o nell’altra — culturale, informativa, militare, economica, ideologica o umanitaria».

Magia e media

Surkov ha fatto sue le esperienze di tutti i maghi oscuri che lo hanno preceduto, dai sofisti greci a Machiavelli, da Gustave Le Bon a Edward Bernays — questi ultimi autori di due dei più importanti trattati della moderna comunicazione, Psicologia della folla (1895) e Propaganda (1928).

Ma più ancora, Surkov si avvicina al mago-psicologo-seduttore di Giordano Bruno, i cui incantesimi possono “legare” o liberare. Scrive lo storico delle religioni rumeno Ioan Culianu: «La sociologia, la psicologia e la psicosociologia applicate sono le dirette eredi della magia rinascimentale».

Bruno descrive infatti sistematicamente i modi di affascinare e sedurre — cioè “portare a sé”. Il principio agente della magia è Eros, il desiderio, la forza che attrae al di là delle differenze apparenti, persino contro la volontà — proprio come nell’innamoramento.

Il mago di Bruno, però, pur essendo consapevole di questi meccanismi naturali, non è un manipolatore. Per lui, Dio è amore che lega a sé tutte le cose, come una mente infinita contiene e collega tutti i pensieri.

Tuttavia, il desiderio ha un lato oscuro: la dipendenza. Le stesse leggi di funzionamento del desiderio possono essere applicate in modo manipolativo, per sedurre attraverso i media — dalla pubblicità commerciale agli influencer fino alla propaganda degli autocrati. Ecco allora che un’immagine vale più di un decreto, un’emozione collettiva più di una legge. La propaganda “lega” la mente, distorce la percezione, atrofizza il pensiero critico, corrompe l’anima — del singolo e delle masse.

All’ombra del potere

Rasputin il guaritore. Hanussen il veggente. Surkov il regista. Se le vicende di questi maghi presentano delle affinità — tutti sono manipolatori, tutti agiscono all’ombra del potere — le loro personalità non potrebbero essere più diverse.

Rasputin operava sul corpo fisico e manovrava nomine e decisioni. Era convinto della sua missione divina e disprezzava le classi agiate.

Hanussen recitava una parte per sopravvivere e prosperare — come faceva sul palco. Leggeva la mente e il futuro di un popolo che aveva perso le sue certezze. Ma non riuscì a leggere il sistema, o forse pensò di poterlo dominare comunque.

Surkov è un cinico lucidissimo, un ingegnere del caos. Sussurrava all’anima collettiva, promettendo non guarigione o profezia, ma un racconto in cui riconoscersi — anche se falso.

Questi maghi oscuri sono specchi nei quali si riflette qualcosa di più antico e viscerale: il bisogno umano di credere.

Il desiderio più potente, nelle epoche di crisi, è il desiderio di senso — di appartenere a qualcosa di più grande di sé, di avere un nemico da odiare, un’identità da difendere, un destino da compiere. È su questo desiderio che lavorano i maghi del potere, dandogli forma e orientandolo.

La differenza tra il mago che libera e il mago che incatena non sta nella tecnica. Sta nell’intenzione — e nel coraggio, rarissimo, di dire la verità anche quando la menzogna sarebbe più comoda e più redditizia.

I tre maghi di cui abbiamo parlato scelsero la seconda strada. Tutti, alla fine, furono inghiottiti dal potere che avevano scelto di servire.

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Geometrie del tempo