La stella del mattino

Lucifero, Satana, Mefistofele: chi è davvero il Diavolo?

Signore del male o portatore di luce? Da Milton a Baudelaire, da Jung a Bulgakov: come le interpretazioni del Diavolo rivelano chi siamo davvero.

Alexandre Cabanel, “Angelo caduto”, dettaglio, 1847

 

«Dunque, tu chi sei”»
«Una parte di quella forza che vuole costantemente il male e opera costantemente il Bene.»
GOETHE, Faust

«Come mai sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora?» Così la Bibbia presenta Lucifero, l’angelo più luminoso, caduto dal paradiso e trasformato da Dio nel Signore degli inferi, Satana.

La risposta che la tradizione ci ha consegnato — orgoglio, ribellione, castigo — potrebbe non essere l’unica, forse nemmeno la più profonda. Se infatti la caduta di Lucifero non fosse una punizione, ma un sacrificio necessario? Se l’angelo più luminoso si fosse gettato volontariamente nell’abisso per rendere possibile la libertà umana?

Lucifero, Satana, Mefistofele — chi è davvero il Diavolo? E in che modo ci riguarda oggi?

Mancare il bersaglio

Lucifero è colpevole di hubris, la superbia. Nel poema “Paradiso perduto” del 1667, John Milton gli fa dire: “Meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso”.

Divenuto Satana, Lucifero tenta e inganna Eva, provocando la cacciata di lei e di Adamo dall’Eden. Da allora, dice Milton, l’uomo può ritrovare il paradiso perduto soltanto “dentro di sé”.

Sul piano simbolico, il Diavolo — alla lettera “colui che divide”, oppure Satana, “l’avversario” — è quella parte di noi che ci distrae dalle nostre vere qualità e potenzialità, impedendoci di risplendere come stelle del mattino.

Il Diavolo tradizionale — con corna, coda e zoccoli — non rappresenta il male, ma gli impulsi “inferiori” (da cui “inferno”) dei quali possiamo cadere schiavi, allontanandoci dalla nostra parte luminosa. Di più, il significato originale di “peccato” non è trasgredire. Non implica punizione, non esprime giudizio morale. È un termine neutro, quasi tecnico: “mancare il bersaglio” — come l’arciere che sbaglia mira.

Come osserva Oscar Wilde, “In ognuno di noi ci sono Inferno e Paradiso” — impulsi fondamentali e valori elevati — ed è per questo che ci succede di mancare il bersaglio. Non abbiamo ancora imparato a governare noi stessi, le nostre energie, il nostro potere.

Anche nella psicologia di Jung il confronto con l’Ombra — la parte di noi che non riconosciamo, che disprezziamo e rifiutiamo — è doloroso ma inevitabile per diventare autenticamente se stessi. Se invece proiettiamo il Diavolo all’esterno, come entità autonoma, lo rendiamo alieno, spaventevole, incontrollabile.

La tentazione fa parte della condizione umana. Perciò il Padre Nostro recita: “non abbandonarci alla tentazione” — non chiediamo a Dio di evitarcela, ma di darci la forza di attraversarla.

Poiché l’amore e il bene hanno valore solo se scelti liberamente, il Diavolo tentatore è lo strumento che ci mette alla prova, l’ostacolo necessario per crescere. L’errore è parte del cammino verso la verità.

Insomma, anche se tutti pensano al Diavolo come al Signore del male, questa cattiva fama non è del tutto meritata: senza la complicità attiva dell’uomo, il Diavolo non ha potere.

E se dunque Lucifero non fosse sempre il cattivo della storia?

Il gioco del Diavolo

Un secolo dopo Milton, Goethe riprende il tema nel Faust (opera in due parti, 1808 e 1832). Qui il diavolo è quello di una leggenda popolare, Mefistofele.

Mefistofele scommette con Dio che potrà sedurre Faust, un anziano scienziato insoddisfatto della sua conoscenza libresca e desideroso di assaporare la vita in tutte le sue forme. Faust accetta la proposta di Mefistofele: ringiovanisce, e se mai nella sua insaziabile ricerca un istante fosse così bello da fargli voler fermare il tempo, allora gli cederà la sua anima.

Paradossalmente, Mefistofele vuole sedurre Faust — è il suo gioco — eppure non è suo nemico, ma colui che gli permette di vivere appieno. Il vero peccato non è sbagliare, ma non agire, perché chi osa vivere inevitabilmente sbaglia.

Faust verrà alla fine salvato dalla donna che ha amato, e della cui morte ha sofferto. Senza quell’amore e quel dolore, non ci sarebbe stata vita, e nemmeno salvezza.

Nel 1857, in “Litanie di Satana”, contenuta nella celebre raccolta “I fiori del male”, il “poeta maledetto” Charles Baudelaire invoca provocatoriamente Satana. Non come Signore del male, ma come rappresentante degli emarginati, degli oppressi dall’autorità divina e sociale, e come icona della conoscenza proibita:

“Principe dell’esilio, cui è stato fatto torto, e che ti rialzi, vinto,
sempre più forte,
Satana, abbi pietà del mio lungo penare!
Tu che conosci ogni cosa e regni sul sottosuolo, guaritore abituale
delle angosce umane,
Satana, abbi pietà del mio lungo penare!”

Per il poeta, Satana esiliato condivide la sofferenza umana. Dio, nel suo splendore, è troppo distante. Il Figlio, Gesù, è anch’esso troppo perfetto per essere un modello accessibile. Solo il Diavolo — l’angelo caduto — può comprendere la pena che l’uomo deve sopportare.

Questa riabilitazione romantica prosegue con Victor Hugo. Nel 1886, nel poema postumo “La fine di Satana”, Hugo immagina che la parte malvagia di Satana venga sconfitta e che “Lucifero celeste” risorga — immagine che ricorda il disegno di William Blake “Satan in His Original Glory”.

Ma la rilettura più radicale arriverà da un luogo inaspettato: la Russia sovietica degli anni Trenta, dove ogni discorso sul divino era ufficialmente bandito. Qui Michail Bulgakov scrive il capolavoro Il Maestro e Margherita, pubblicato postumo nel 1967.

Un romanzo sospeso tra la Mosca di Stalin e la Gerusalemme di Gesù, e che offre livelli di lettura multipli: denuncia del materialismo e della corruzione del regime sovietico, svelamento dell’ipocrisia e della vigliaccheria, trasformazione della coscienza.

Personaggio di spicco è il professor Woland, illusionista ed esperto di magia nera — il Diavolo.

Come Mefistofele, Woland non è il Satana cristiano. Maestro dell’inganno, è piuttosto il portatore di una verità nascosta. Non crea il male, lo rivela. Smaschera la corruzione che già esiste e si nasconde sotto la rispettabilità, le convenzioni e le menzogne collettive.

Woland incarna il principio gnostico, secondo il quale il mondo è governato dall’ignoranza e dall’illusione, create da un dio imperfetto, il Demiurgo. La salvezza non viene dalla fede, ma dalla “gnosi”, la conoscenza diretta, intuitiva, della vera natura della realtà.

La società sovietica vive infatti prigioniera di un’illusione collettiva: il materialismo dogmatico e la razionalità hanno sconfitto la superstizione, la scienza ha abolito il male, l’uguaglianza e la fratellanza regnano. Una grottesca costruzione della propaganda di regime.

Woland provoca per rivelare la vigliaccheria dei personaggi. Afferma una legge metafisica: “Ognuno avrà secondo la sua fede” — ciascuno vive nella realtà che ha il coraggio di riconoscere. Solo chi osa vedere la verità può attraversare la trasformazione.

Woland è un trickster (in inglese, imbroglione), una figura archetipica — come Hermes nel mito greco o Loki in quello norreno — che agisce al di là del bene e del male convenzionali, capace di manipolare la realtà attraverso l’astuzia piuttosto che la forza bruta, e che utilizza l’illusione come strumento creativo.

Il trickster è fluido, ambiguo. È insieme veleno e medicina, agente alchemico di dissoluzione e di coagulazione. Ad esempio, Hermes ha inventato la scrittura, e le parole possono essere veritiere o ingannevoli, possono guarire o ferire.

È il principio volatile che sfugge a ogni tentativo di fissazione, che si manifesta in infinite forme. Poiché è lo spirito che anima la trasformazione, non può essere catturato, controllato o posseduto.

In virtù di questa “doppiezza”, il Principe della menzogna è — ironicamente — il personaggio più onesto del romanzo di Bulgakov: le sue provocazioni costringono gli altri a fare esame di coscienza. I moscoviti, Ponzio Pilato, il Maestro stesso — Woland pone loro una domanda implicita: perché non agisci come sai che sarebbe giusto?

La conoscenza di sé, la libertà dall’illusione, è il primo passo verso qualsiasi autentica trasformazione. Solo Margherita — come la Gretchen di Faust — saprà superare il suo egoismo, e per questo otterrà la benevolenza del Diavolo.

Al romanzo di Bulgakov si ispirò Mick Jagger, che nel 1968 diede voce a Lucifero nei versi di “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones. Nella canzone, il Diavolo vuole rispetto perché, in fondo, non è così diverso dall’uomo. Dopo aver elencato i suoi crimini, afferma: «Di che ti stupisci? È la natura del mio gioco».

Luce e tenebra

Tutti questi autori — da Baudelaire a Bulgakov, fino a Jagger — convergono su una domanda filosofica cruciale, già dibattuta da Plotino e Agostino: il male ha una natura propria, una sostanza autonoma? O è piuttosto privatio boni, assenza di bene, come l’oscurità è assenza di luce?

La risposta cristiana tradizionale è la seconda: il male non esiste “in sé”, è solo mancanza, vuoto, privazione del bene originario. Lucifero decade nel momento in cui si sottrae alla fonte luminosa.

Lo gnosticismo, il romanticismo e certe correnti neopagane e New Age ribaltano questa visione. Lucifero è “portatore di luce” nel senso letterale: è colui che porta conoscenza — la “gnosis” che libera dall’illusione del Demiurgo, il dio imperfetto che governa il mondo materiale.

Nulla a che fare, dunque, con il “satanismo” inteso come adorazione del male o esaltazione del materialismo contro lo spirito. Si tratta piuttosto di una rivalutazione che accosta Lucifero a Prometeo, il titano che nel mito greco ruba il fuoco agli dèi per farne dono agli uomini, e che per questa trasgressione dell’ordine divino viene incatenato a una roccia, condannato al supplizio eterno.

Ma questa rinascita di Lucifero come benefattore porta con sé un’ambiguità ineludibile. La creatività evita la stagnazione, ma può degenerare nel caos. La conoscenza libera o incatena? Il fuoco scalda o distrugge? La tecnologia — nucleare, IA, bioingegneria — è dono o condanna?

Il mito risponde con un’immagine: Prometeo incatenato farà un patto con Zeus. Baratterà un segreto in cambio della liberazione per mano di Ercole. La ribellione deve trovare sintesi con l’ordine. Il fuoco va governato, non solo rubato.

La conoscenza sprigiona potere, e il potere esige scelte responsabili ed etiche.

In conclusione, anche il Diavolo a suo modo serve un bene superiore — come nell’epigrafe di Goethe. Non c’è luce senza oscurità. Il buio non va negato, ma riconosciuto, integrato e trasceso.

Per chi vuole vedere, la saggezza senza tempo dei miti e dei simboli non smette di illuminare il cammino. Lucifero — nelle sue varie incarnazioni — è il nostro specchio più scomodo. La sua caduta è anche la nostra, ogni volta che rinunciamo a brillare per paura di bruciare. Ma forse è proprio attraverso la pena della caduta, come scrive Baudelaire, che impariamo a essere chi siamo davvero: stelle del mattino.

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Il sogno e la maschera