Propositi o risultati?
Storia dei buoni propositi e segreti per realizzarli
Perché le intenzioni spesso falliscono? Antiche usanze e moderni rituali per trasformare i desideri in risultati.
Utagawa Hiroshige, “La città in fiore, la Festa del Tanabata”, 1857. Dalle Cento vedute famose di Edo.
Hai mai fatto buoni propositi per il nuovo anno? Allora saprai che spesso rimangono soltanto intenzioni, desideri che non si trasferiscono nella realtà. Ma perché i buoni propositi falliscono? La questione è affascinante perché svela molto della natura umana e dei meccanismi del cambiamento. Di più, offre le chiavi per realizzare i propri desideri.
Dall’antichità a oggi
La tradizione di formulare buoni propositi sembra avere origine in Mesopotamia, dove quattromila anni fa i Babilonesi rivolgevano promesse alle divinità come patto per assicurarsi raccolti abbondanti.
In Giappone, una leggenda cinese antica di duemila anni — gli amanti celesti Vega e Altair che si ritrovano una volta l’anno — ispirò la Festa delle Stelle, il Tanabata, istituita nel 755 d.C. e celebrata il 7 luglio (o il 7 agosto secondo il calendario lunare tradizionale).
Ancora oggi, i desideri vengono scritti su strisce di carta chiamate tanzaku e appesi ai rami del bambù — pianta considerata sacra perché, protendendosi verso il cielo, diventa un tramite tra il mondo umano e quello celeste. Allo scoccare della mezzanotte, i tanzaku vengono bruciati, in modo che il fumo salga fino al cielo; oppure affidati alla corrente di un fiume, simbolo della buona sorte.
In Occidente, l’usanza risale al 46 a.C., quando Giulio Cesare introdusse il calendario giuliano, stabilendo che il 1 gennaio fosse il primo giorno dell’anno. Gennaio deriva da Giano, il dio bifronte, che guarda insieme al passato e al futuro. È da questa doppia visione — contemplazione di ciò che è stato e proiezione verso ciò che sarà — che nasce il gesto del buon proposito.
Nei secoli, l’usanza ha assunto un significato laico: anziché fare promesse agli dèi in cambio di qualcosa, si riflette su ciò che si vuole realizzare nei mesi a seguire. Il rito propiziatorio è diventato esercizio di riflessione e determinazione.
Le inside
Perché dunque facciamo buoni propositi — fare sport, perdere peso, smettere di fumare — ai quali non teniamo fede? Non è semplice mancanza di buona volontà. Le cause sono molteplici e possono sovrapporsi.
I buoni propositi spesso nascono dall’entusiasmo passeggero, oppure dal senso di colpa per ciò che abbiamo trascurato. Sono desideri della mente razionale che non dialogano con le parti più profonde di noi — le abitudini, i bisogni emotivi, i pattern inconsci che governano gran parte dei nostri comportamenti. Privi di radici, i buoni propositi hanno vita breve.
Inoltre, affermare un proposito può dare l’illusione di aver già fatto qualcosa. Quando diciamo “inizierò ad allenarmi”, “scriverò quel libro”, “cambierò carriera”, otteniamo attenzione, approvazione, incoraggiamento — tutte ricompense che soddisfano il bisogno di stima senza che abbiamo fatto ancora nulla. Il cervello, ingannato da questa gratificazione anticipata, si rilassa e perde spinta motivazionale — proprio quando ne avremmo bisogno per entrare in azione.
Spesso poi formuliamo i propositi in modo vago — “fare sport”, “essere più felice”, o negativo – “smettere di fumare”, “non mangiare dolci” . Ma il cervello non funziona per astrazione o sottrazione: ha bisogno di immagini concrete, di comportamenti da seguire, non di vuoti che non sa come colmare.
Infine, se un proposito contrasta con l’immagine che abbiamo di noi stessi – “non sono una persona sportiva”, “sono fatto così” eccetera – diventa una battaglia contro se stessi. In questi casi, oltre a esercitare la volontà è necessario evolvere il senso di identità.
In sintesi, desiderare non basta. Serve anche usare le parole giuste, assicurarci che il risultato voluto si armonizzi con il resto della nostra personalità e con l’ambiente esterno, e perseverare nell’azione per fare progressi.
Tutti questi aspetti influenzano la motivazione, che dev’essere sostenuta nel tempo, soprattutto quando il risultato desiderato richiede più lavoro e più tempo.
E dunque, qual è il segreto per passare dal proposito al risultato?
Il potere del rituale
La chiave consiste nel trasformare il desiderio in un rituale. Diversamente da una tecnica o strategia, il rituale coinvolge ragione ed emozione, corpo e simbolo. Soprattutto, un rituale possiede risonanza: tocca le nostre corde profonde. Per questo, un rituale davvero efficace è confezionato a misura di chi lo agisce.
Tuttavia, come per una composizione musicale, i rituali di trasformazione hanno una “struttura profonda” riconoscibile, fatta di elementi ricorrenti.
Anzitutto, il rituale stesso è una soglia — un gesto che segna il confine tra prima e dopo, tra vecchio e nuovo, che afferma il cambiamento e lo rinnova quando viene ripetuto. Per questo serve dargli forma tangibile: scriverlo a mano, tradurlo in gesto, pronunciarlo ad alta voce — tutto questo impegna il corpo e fa uscire la parola dal regno del pensiero.
Anche la formulazione fa la differenza. Non dire “essere più presente”, ma “faccio tre respiri profondi”. Non “migliorare le relazioni”, ma “faccio domande per capire”.
Il simbolo è altrettanto essenziale: un oggetto che rappresenta il proposito; un gesto di trasformazione — bruciare, gettare o donare qualcosa che appartiene al passato, riordinare uno spazio. I simboli parlano non solo alla mente razionale, ma al corpo e all’inconscio.
Oltre al contenuto, serve il contesto. Il proposito galleggia nel vago, il rituale lo radica in un tempo e luogo specifici: “Ogni mattina, appena sveglio, dieci minuti di meditazione”. Lo spazio fisico, infatti, può sostenere o sabotare l’impegno. Se vuoi meditare, crea un angolo dedicato e lascia lo smartphone fuori dalla camera da letto. L’ambiente parla al corpo prima che alla mente: ciò che vedi al risveglio determina ciò che farai. Non è semplice disciplina, è dare struttura all’intenzione.
Oltre al contenuto, serve il contesto: il rituale radica il proposito in un tempo e uno spazio specifici. “Ogni mattina, appena sveglia, nell'angolo accanto alla finestra, dieci minuti di meditazione”. L'ambiente parla al corpo prima che alla mente, e può sostenere o sabotare l'impegno — ciò che vedi al risveglio determina ciò che farai. Perciò, lascia lo smartphone fuori dalla camera. Non è solo disciplina, è dare struttura all'intenzione.
La ripetizione del rituale — meglio se a piccoli passi — introduce il nuovo comportamento nel vissuto finché diventa familiare e automatico. Il rituale non è il traguardo, è il veicolo.
Un testimone cui dichiarare il proprio intento attiva il bisogno di coerenza e rafforza l’impegno. Il testimone esterno si interiorizza e agisce da sostegno quando la volontà vacilla. Non però se la dichiarazione è esibizione, se si cerca l’approvazione più che la trasformazione, l’apparire più che il diventare.
Infine, la revisione. Non per giudicarsi in termini di successo o fallimento, ma per riflettere e chiedersi: questo proposito serve ancora la persona che sto diventando? Va aggiustato? Celebrato? Lasciato andare?
E quando si cade? Perché accadrà! Ma sbagliare non è la fine del rituale, è parte di esso. È normale che capiti di interrompere la pratica, il vero errore sarebbe trasformare l’interruzione in abbandono. La saggezza del rituale sta nel ricominciare senza giudizio — ogni volta, dal punto in cui sei.
Per fare un esempio, il Tanabata giapponese racchiude alcuni di questi elementi: i propositi vengono scritti e appesi ai rami del bambù (il gesto fisico); chiunque può leggerli (il testimone); vengono bruciati o affidati al fiume (la trasformazione simbolica).
Quest’ultimo punto richiede una precisazione. Il fumo che sale o l’acqua che porta via non è superstizione — è la comprensione profonda che il cambiamento richiede anche un atto di fiducia, un consegnare l’intenzione a qualcosa più grande della nostra volontà individuale.
L’aiuto celeste
C’è dunque un ultimo elemento essenziale: la preghiera. Pregare significa chiedere, invocare, è un gesto di umiltà che riconosce la fragilità umana di fronte a un potere più grande.
Nel Discorso della Montagna (Matteo 6, 26), Gesù invita a guardare gli uccelli del cielo: non seminano né mietono, eppure il Padre celeste li nutre. Non è un invito alla passività, ma alla fiducia. Un principio che attraversa tutte le saggezze spirituali: pregando — in senso religioso o laico — affermiamo la nostra volontà e accettiamo ciò che sarà, confidando che ogni cosa andrà come deve.
Questo aspetto è il più sfidante per la mente razionale, che esige certezza e controllo, e fatica ad affidarsi.
Ma la verità è antica: poche cose dipendono solo da noi. I filosofi stoici lo insegnavano – agire su ciò che è nelle nostre mani, affidare il resto agli dèi. “Aiutati, che il ciel t’aiuta”, dice il proverbio.
Che i tuoi propositi abbiano ruote per correre e ali per volare.